Intorno a questi uomini vissuti santamente, Pietro e Paolo, si è raccolta una grande moltitudine di eletti che, per aver patito a causa della gelosia molti oltraggi e tormenti, sono stati uno splendido esempio fra di noi (Lettera di Clemente ai Corinzi). Questa festa commemora tutti i protomartiri ...
Intorno a questi uomini vissuti santamente, Pietro e Paolo, si è raccolta una grande moltitudine di eletti che, per aver patito a causa della gelosia molti oltraggi e tormenti, sono stati uno splendido esempio fra di noi (Lettera di Clemente ai Corinzi). Questa festa commemora tutti i protomartiri della Chiesa di Roma, che subirono il martirio nella stessa persecuzione in cui furono messi a morte Pietro e Paolo. Dal 1969, la celebrazione è stata opportunamente fissata il giorno seguente a quella dei due apostoli.
Nerone fu il primo imperatore romano a scatenare una persecuzione contro i cristiani. Lo storico Tacito ci racconta dettagliatamente i fatti: il 19 luglio dell’anno 64, il decimo del regno di Nerone, un terribile incendio divampò a Roma, partendo dal Circo Massimo, un quartiere di negozi e bancarelle stipati di merce infiammabile. Favorito dal clima estivo, il fuoco si propagò in tutte le direzioni. Per sette giorni e sette notti imperversò, distruggendo templi, palazzi e monumenti pubblici. Rase al suolo un agglomerato di caseggiati e tuguri occupati da poveri, con tutto ciò che conteneva. Le fiamme raggiunsero anche i giardini dell’abitazione di Caio Tigellino, prefetto del pretorio, divampando per altri tre giorni. Quando finalmente l’incendio fu estinto, due terzi di Roma erano ridotti a un ammasso di mura fumanti.
Per tre giorni Nerone rimase ad Anzio, senza rispondere ai messaggi accorati che gli pervenivano dalla città. Finalmente raggiunse Roma per contemplare l’accaduto. Si racconta che, indossato il suo costume teatrale, salì sulla torre di Mecenate e, accompagnandosi con la lira, intonò il lamento di Priamo sulle rovine fumanti di Troia. Questo suo deliziarsi nel contemplare le fiamme alimentò i sospetti che avesse ordinato lui stesso di appiccare l’incendio o almeno di averne ostacolato lo spegnimento. Per distogliere da sé queste accuse, Nerone incolpò i cristiani e ordinò che fossero arrestati e messi a morte.
Clemente Romano racconta che coloro che erano noti per essere fedeli di Cristo furono arrestati, derisi pubblicamente e torturati affinché denunciassero i loro compagni di fede. Furono messi a morte con metodi crudeli: alcuni crocifissi, altri ricoperti di cera e usati come torce umane, altri ancora coperti con pelli d’animale e dati in pasto alle belve. Queste barbarie si svolgevano durante le pubbliche feste organizzate da Nerone nei giardini del suo palazzo, come attrazioni di contorno mentre l’imperatore offriva lo spettacolo delle corse dei carri, guidando lui stesso un carro o confondendosi tra la folla. Benché il popolo di Roma fosse abituato agli spettacoli cruenti dei gladiatori, la crudeltà delle torture inflitte ai cristiani atterrì molti spettatori. Questi eventi scatenarono un’ondata di sollevazioni, e Nerone si suicidò quattro anni dopo.
Tacito, lo storico romano nato attorno all’anno 56, scrive che Nerone «era corrotto da ogni lussuria, naturale e contro natura». Egli lascia aperta qualsiasi ipotesi sulle cause dell’incendio: «Accadde un disastro, non si sa con certezza se per caso o per dolo dell’imperatore (l’una e l’altra versione han tramandato gli scrittori)». È in questo contesto che Tacito fornisce i più antichi riferimenti alla comunità cristiana di Roma, descrivendo come Nerone «condannò alle pene più raffinate quelli che, aborriti per le loro infamie, il volgo chiama cristiani. L’autore di questo nome, Cristo, regnando Tiberio, era stato suppliziato a opera del procuratore Ponzio Pilato».
Tacito presta fede alle calunnie popolari diffuse contro i cristiani, descrivendoli come appartenenti a una «superstizione funesta» e commentando che «a Roma da ogni parte confluiscono e si diffondono tutti i misfatti e le vergogne». Tuttavia, aggiunge: «Benché si punivano rei meritevoli di estremi castighi, nasceva un senso di pietà, giacché essi venivano uccisi non per il bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di uno solo». Questa testimonianza storica degli eventi della passione di Gesù e della solidità della comunità cristiana a Roma a partire dal 65 è di grande importanza. Tacito, storico scrupoloso, non mostra alcun sentimento favorevole verso i cristiani, anzi li considera nemici pubblici, ma riconosce lucidamente che furono usati come capri espiatori per l’incendio, la cui responsabilità era attribuita da molti a Nerone stesso.
**Martirologio Romano**: Santi protomartiri della Santa Chiesa di Roma, accusati dell’incendio della città, furono per ordine dell’imperatore Nerone crudelmente uccisi con supplizi diversi. Alcuni furono esposti ai cani coperti da pelli di animali e ne vennero dilaniati; altri furono crocifissi, e altri ancora dati al rogo, perché, venuta meno la luce del giorno, servissero da lampade notturne. Tutti questi erano discepoli degli Apostoli e primizie dei martiri che la Chiesa di Roma presentò al Signore.